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Aree di cui non mi occupo

1. Depressione maggiore

2. Gravi turbe del pensiero (schizofrenia, mania, sindromi paranoiche)

1. Depressione maggiore

Questa è una tipologia di disturbo di cui non mi occupo quasi mai. Un primo motivo in realtà è molto semplice: la persona affetta da questa grave disfunzione dell’umore non ha energie per attivarsi in nessuna direzione; quindi difficilmente arriva a chiedere aiuto, di conseguenza non entra in contatto con nessuno specialista, psicologo compreso. Spesso la persona totalmente depressa passa le sue giornate in casa, tra il letto e il divano; non ha interesse per il cibo, per il lavoro, per gli hobby, ogni conversazione le costa una grande fatica e cerca perciò di evitatare ogni contatto umano, per quando sia possibile. Possono essere frequenti crisi di pianto immotivate, debolezza muscolare al punto di reggersi a stento in piedi, disinteresse per ogni cosa e la sensazione che compiere anche il più piccolo gesto sia come scalare una montagna. In altre parole, rassegnazione, impotenza, nessuna fiducia nelle proprie capacità. E’ la Depressione con la “D” maiuscola e infatti si chiama Depressione Maggiore. Nella vita di una persona può capitare un episodio isolato o possono esserci episodi ricorrenti, alternati a periodi meno invalidanti. Di solito c’è una corrispondenza con determinate stagioni (alcuni si aggravano in autunno e in primavera) e picchi di malessere nei momenti delle festività come il Natale o Capodanno o le ferie estive. Il momento peggiore della giornata di solito è il mattino, quando aprendo gli occhi si spalanca davanti al malato tutta la giornata, con le sue ore interminabili; l’umore migliora verso sera, forse perché la prospettiva è quella di andare a dormire e porre quindi fine a questo trascinarsi estenuante. Per le persone vicine al malato, la vita non è facile; molto spesso non riescono nemmeno a  capire come una persona possa sentirsi così debole. A volte questa debolezza ha l’effetto di irritare profondamente le persone vicine al malato, che giungono a “sgridarlo” nel tentativo di scuoterlo, ovviamente senza raggiungere nessun risultato positivo. Al contrario danno così modo al depresso di esprimere la rabbia che cova senza nemmeno saperlo, facendo arrabbiare gli altri. Nel depresso infatti sotto la tristezza giace la rabbia e con essa l’energia per reagire; solo che è una rabbia congelata, non facile a sciogliersi. Poiché appunto il malato non si attiva, quasi sempre lo fanno le persone che gli stanno intorno, che tentano di portarlo letteralmente di peso da un qualche specialista. Per lo psicologo la motivazione del paziente e la sua libera scelta di prendersi cura di sé sono ingredienti fondamentali, quindi non è molto facile conciliare questi aspetti con le caratteristiche di questa malattia. E questo è il secondo motivo per cui raramente me ne occupo. Questo non significa che sia impossibile per una persona depressa ricevere un aiuto di tipo psicologico; dico solo che personalmente non mi capita spesso di farlo. In ogni caso, di solito la figura professionale scelta dai parenti è quella dello psichiatra e non c’è dubbio che in molti casi una cura farmacologica adeguata possa essere utile, anche se i risultati migliori si ottengono certamente combinando farmaci e intervento psicologico. Oltre alla tipologia di cura, va ricordato infatti anche l’’importanza di una diagnosi psicologica, che riesca ad inquadrare il tipo di personalità sottostante alla Depressione; infatti non di rado alcuni depressi coltivano in segreto idee autolesive, solo che mancando loro l’energia per fare qualunque cosa, manca anche per trasformare queste idee in progetti concreti. In questi casi bisogna stare molto attenti e la collaborazione con lo psichiatra diviene fondamentale, perché dato al paziente sbagliato, nel momento sbagliato, un farmaco che restituisce vitalità, può anche metterlo in condizioni di usare male questa energia e questo va sempre assolutamente evitato. Sono aspetti che ogni psichiatra conosce perfettamente; ma quattro occhi a volte vedono meglio di due.

 - Sabrina Marazzi Psicologo

Molte immagini e molti quadri famosi possono essere utilizzati per rappresentare la depressione; ho scelto questa tela di Rembrandt perché non mi pare che fin’ora sia stata usata frequentemente e quindi da vita a un accostamento relativamente nuovo. L’opera si intitola “Geremia lamenta la distruzione di Gerusalemme” ed è datata 1630. Secondo la maggior parte delle interpretazioni, la scena rappresenta il profeta Geremia, che trova rifugio in una grotta, illuminata dall’esterno dai bagliori di Gerusalemme in fiamme, conquistata da  re nemico Nabucodonosor. Tralasciando le considerazioni storiche, quello che tutti possiamo vedere è un uomo anziano, solitario e sconsolato, vestito riccamente, che si sofferma in una grotta, circondato da alcuni preziosi ornamenti a cui peraltro non sembra fare alcun caso. Possiamo capire lo stato d’animo dell’uomo dai suoi gesti e dalla sua postura; ha lo sguardo rivolto a terra e non sembra interessarsi di ciò che accade fuori dalla grotta o forse volge il viso proprio per non vedere ciò che sta accadendo; nel contempo appoggia la guancia ad una mano come se non sapesse più che fare  né della testa nè del braccio, che del resto puntella a caso sopra a un qualche oggetto ornamentale non ben specificato. Il resto del corpo non è propriamente seduto e nemmeno sdraiato, quanto piuttosto abbandonato e sembra seguire l’andamento irregolare della parete della grotta a cui si è accostato; infatti l’altro braccio va dietro la schiena, come se all’uomo non interessasse assumere una postura più comoda e stabile. Il suo disinteresse sembra estendersi all’abbigliamento: è di una bella fattura anzi si potrebbe definire sontuoso, ma lui non sembra curarsi affatto di poterlo rovinare, mettendolo a contatto con le ruvide superfici della grotta. Lo stesso si può dire per i tessuti e gli oggetti preziosi a cui è accostato e che non sono del tutto identificabili; sembra di intravedere un tappeto e un cappello da cerimonia, forse decorato d’oro e poi qualcos’altro, forse un cesto e una bisaccia; inoltre sul muro si staglia l’ombra di quelli che potrebbero essere i colli di due otri oppure il profilo del cappello rituale. Nell’insieme si ha l’impressione di qualcosa di molto prezioso, ma vagamente definito; forse in questo modo l’autore ha voluto farci capire che l’attenzione del protagonista è altrove. Volendo si potrebbe cogliere in questa disposizione anche un aspetto simbolico: da un lato infatti l’uomo è circondato da ogni comodità, dall’altro solo dalla nuda roccia e dai bagliori lontani della città, come se questo rappresentasse il passato glorioso da un lato e il presente senza speranza dall’altro. Cosa rimane infatti a quest’uomo, che si presume una volta fosse importante e rispettato? Solo un alone di luce dorata, ma non è una vera ricchezza, è solo un inganno, perché è la luce dell’incendio che ha distrutto la sua vita. In ogni caso il senso di perdita irrimediabile, l’atteggiamento sconsolato di chi non si vuole nemmeno consolare con quello che gli resta, l’abbandono privo di energie e di forza per continuare a lottare, scappare o almeno a sedersi più comodamente, sono evidenti. Sono tutti tratti che si ritrovano nelle forme più gravi di depressione. Trovo particolarmente interessante, l’atteggiamento di indifferenza verso gli oggetti preziosi che lo circondano e che ben utilizzati potrebbero servire per alleviare la sua condizione: il tappeto potrebbe riscaldarlo (l’uomo ha i piedi nudi), i finimenti del cappello potrebbero essere divelti e venduti, gli otri (se ci sono realmente e se sono colmi di acqua o viveri) potrebbero assicurare la sopravvivenza. Eppure lui non li degna di uno sguardo; c’è qui uno spunto di ribellione, che sembra dire: “che importanza può avere se anche possiedo dei mezzi? tutto ormai è perduto”. Questo atteggiamento può ricordare la rabbia che cova non vista e non consapevole nelle forme peggiori di depressione, una rabbia che si rivolge verso di sé e sulle proprie possibilità e che impedisce di attingere alle risorse che ancora esistono, ma che la persona depressa si rifiuta di vedere.

2. Gravi turbe del pensiero (schizofrenia, mania, sindromi paranoiche)

Queste sono situazioni che proprio non ricadono nelle mie competenze; se con i disturbi dell’umore (ansia e depressione) si può cercare una modalità di intervento, con i disturbi del pensiero, soprattutto quando superano il livello della nevrosi e anche dei casi border-line, operarare privatamente per un singolo specialista è molto difficile. Queste tipologie di pazienti infatti hanno di solito bisogno di una struttura, di un “contenitore” quale può essere un centro specializzato dove operano in equipe diversi professionisti: psichiatra, psicologo, educatore, assistente sociale, infermiere. I centri possono essere sia privati che pubblici, l’importante è che il paziente sia “preso in carico” da più di una persona. Infatti in questi casi il lavoro di “rete” non è più sufficiente, non basta infatti che lo psicologo si tenga in contatto telefonico con lo psichiatra in modo più o meno costante; è necessario che tutti i professionisti coinvolti operino nella stessa struttura e che questa organizzi con una certa frequenza incontri di gruppo fra i medesimi professionisti, volti a monitorare ogni singolo caso. Inoltre, per quello che ho potuto vedere frequentando da tirocinante uno di questi centri, lo psicologo non è sempre fra le figure più efficaci nell’affrontare questo tipo di disturbi; possono essere di maggior aiuto un educatore che organizza una gita o un corso di chitarra o un assistente sociale che trova una borsa lavoro (situazione lavorativa protetta, pensata per fasce particolarmente deboli), senza contare ovviamente la base fondamentale offerta dallo psichiatra. La cura infatti in questi casi spesso non può prescindere dai farmaci. Accade talvolta che alcuni di questi pazienti si ribellino a quella che loro vivono come un’etichetta del tipo “paziente da Centro Psico Sociale” e cerchino un professionista nel privato, per sentirsi più “normali”; questo a volte coincide anche col rifiuto di prendere farmaci, ma non sempre. E’ del tutto comprensibile, a livello umano questo desiderio di “normalità”, ma purtroppo sono convinta che un singolo professionista faccia fatica a gestire da solo un paziente di questo tipo; le difficoltà possono essere molte e varie: dalla possibilità concreta del paziente di poter pagare la consulenza che cerca, alla sua difficoltà persino di capire che in questo contesto è necessario pagarla (nel pubblico non la paga e nel privato se ne occupano di solito i parenti). Oppure può capitare che non sia sufficiente l’incontro settimanale, ma si susseguano continue telefonate durante il giorno (o la notte!), che esauriscono le potenzialità di un professionista singolo, il quale non ha certo le risorse di un Pronto Soccorso aperto 24 ore su 24. Senza contare la necessità del consulente di sentirsi “sicuro” quando lavora e questo è possibile solo se a) nella stanza accanto alla mia lavorano altre persone che in caso di bisogno potrebbero accorrere b) il paziente per quanto possa essere disturbato si suppone non possa essere fisicamente pericoloso. Per tutti questi motivi, mi sono resa conto di non potermi occupare di queste tipologie di pazienti.

 - Sabrina Marazzi Psicologo

Il tema della follia – termine con cui in modo sbrigativo e un po’ crudele si definiscono le patologie sopra descritte- poteva suggerire molte immagini diverse, ma a me è subito venuto in mente questo famoso quadro di Hieronymus Bosch, intitolato “La nave dei folli”, datato fra il 1490 e il 1500. Del resto sarebbe andato bene praticamente ogni quadro di Bosch, che era un visionario e ha costellato le sue opere di creature fantastiche dai vividi colori, con un fantasia che nessuna allucinazione reale potrebbe superare. I suoi quadri però spesso sono di difficile interpretazione; 500 anni ci separano dal pittore fiammingo e molti messaggi che erano comprensibili per i suoi contemporanei, ora sono perduti. Bosch viveva nel contesto moralizzatore dell’Europa luterana e in molti quadri ha fustigato i peccati ed esaltato la virtù. Senza pretendere di capire tutto, cominciamo ad osservare il dipinto; vediamo una barca, occupata da quella che sembra un’ allegra brigata di gaudenti. Una monaca, accompagnandosi con il liuto, intona un canto insieme ad un frate francescano intorno ad una tavola sulla quale sono posati un piatto di ciliege e un bicchiere. Nell’angusto spazio dell’imbarcazione, che batte l’insegna dei lunatici, si affastellano numerose altre figure: sulla destra un uomo, afferrandosi ad un tronco da cui penzola un pesce, vomita, mentre sullo stesso tronco un matto vestito secondo l’uso dei tarocchi, beve appollaiato su un ramo. Altri uomini cercano di addentare un dolce sospeso ad un filo; c’è poi qualcuno nascosto nel cespuglio sulla riva  – forse un ladro che deruberà gli ignari viaggiatori?-   che sta per impadronirsi del pollo conficcato all’albero maestro. Sullo sfondo un tramonto dorato, che scende sul mare aperto. Le ambiguità o le ambivalenza sono molte; l’albero della nave è sia un pennone, sia un albero vero e proprio che un albero della cuccagna; il liquido che circonda la nave e in cui alcune figure nuotano e da cui altre forse attingono è acqua salata o vino? Il frate e la monaca stanno cantando o stanno cercando di mangiare la frittella che è appesa al filo? È poi davvero una frittella commestibile o un palloncino? Alcuni interpreti raffinati dibattono poi sul fatto che le ciliegie rappresentino il piacere senza pudore o siano invece un emblema del paradiso. È difficile sciogliere tutti questi enigmi; quello che sappiamo è che questa barca non sta andando da nessuna parte, che lo spazio è angusto e l’unica prospettiva dove c’è aria e respiro è quella verticale. L’ opera è come divisa in due, fra un sopra, caratterizzato da una soffusa luce dorata e un sotto, scuro, affollato  e caotico e sembra contrapporre il mondo terreno e quello celeste. Forse Bosch ci vuole dire che il viaggio della follia è un viaggio dal nulla verso il nulla; forse mettendo tutti i matti insieme in uno stesso luogo allude al fatto che i diversi e i devianti devono essere confinati e separati dai sani. O forse ci vuol dire che è folle l’intera condizione umana, nel suo perseverare nel vizio e nella corruzione (potrebbe esserci un’allusione al peccato della gola). In altre parole, crediamo di godercela, inseguiamo il piacere, ma siamo tutti matti che vanno alla deriva.