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Ansia, fobia, panico

Sindromi ansiose-depressive, fobie, attacchi di ansia e panico

A tutt’oggi i pazienti che soffrono di questo disturbo sono fra i più numerosi con cui ho avuto a che fare; c’è chi dice che l’ansia sia la malattia del secolo. Può darsi. Esiste anche un’altra spiegazione a mio avviso più semplice: la persona ansiosa non sta mai ferma e nel suo peregrinare può capitare che si attivi anche per cercare un aiuto. Questo la distingue completamente da chi soffre di una Depressione Maggiore (cioè di una depressione vera e propria), infatti il depresso autentico non ha le energie per attivarsi, nemmeno per chiedere aiuto. Quando parlo di sindrome ansiosa-depressiva voglio fare riferimento a tutte quelle situazioni che hanno una forte base ansiosa, che comporta a volte come correlato un sottofondo depressivo, ma che sono ben diverse dalla situazione di depressione tout-court. L’ansia può assumere vari aspetti: può essere un’ansia generalizzata, senza un oggetto preciso oppure al contrario come nelle fobie, può concentrarsi tutta su di un “oggetto”; posso dire di aver esplorato particolarmente a fondo il mondo dei fobici, ma anche quello delle ansie generalizzate. Gli attacchi di ansia andrebbero distinti da quelli di panico, anche se oggi si tende a usare per entrambi la stessa definizione. Negli attacchi di ansia la paura della persona che li vive è quella di perdere il controllo del proprio corpo o anche della propria mente, fino ad impazzire; è una situazione estremamente angosciosa, ma non c’è la paura di morire o di essere ammalati fisicamente. Al contrario, negli attacchi di panico c’è una dilagante paura di morire, di solito di infarto e quasi sempre un attacco di panico finisce al pronto soccorso o conduce al cardiologo. La persona che ne soffre infatti è quasi sempre convinta di avere un male organico e solo dopo molti accertamenti e visite mediche può arrivare a prendere in considerazione l’aspetto psicologico. La distinzione fra questi due casi, che uno psicologo può fare, ha un senso sia perché orienta l’intervento sia perché può fornire utili informazioni anche nel caso sia necessario ricorrere a un supporto farmacologico (e lo specialista di elezione in campo farmacologico è lo psichiatra; lo psicologo non è un medico e non può mai somministrare farmaci); infatti pare che i farmaci utili per gli attacchi di ansia non corrispondano sempre a quelli utili per gli attacchi di panico.

 - Sabrina Marazzi Psicologo

Quale miglior rappresentazione del panico di quella fatta nel 1894 dal pittore norvegese Munch, nel suo celebre quadro “L’Urlo”? Ne esistono innumerevoli versioni, alcune in bianco e nero, altre con differenti sfumature di colore. Munch anticipa l’espressionismo; i suoi temi sono l’angoscia esistenziale, la crisi dei valori etici e religiosi, la solitudine umana, l’incertezza del futuro. Nella sua opera sono rintracciabili molti elementi della cultura nordica di quegli anni, dai drammi di Ibsen e Strindberg, alla filosofia esistenzialista di Kierkegaard e alla psicanalisi di Freud. Da tutto ciò egli ricava una visione della vita permeata dall’attesa angosciosa della morte. In questo quadro il pittore riesce a fermare in un’immagine l’attimo preciso in cui il panico dilaga; è un’istantanea, una radiografia del terrore totale. Assistiamo proprio al momento in cui il mondo viene scosso e attraversato da un’onda d’urto così forte, che quasi lo dissolve. Gli oggetti perdono le loro linee decise, i confini non ci sono più, tutto viene assorbito da un unico movimento ondeggiante. E questo movimento parte proprio dalle due mani che si appoggiano al viso, come per cercare conforto e senza trovarlo. Ogni cosa perde fisicità, consistenza e pare diventare liquida; anche le linee del ponte, che pure resistono, sono ormai intaccate: infatti i colori e la luce delle assi di legno sono gli stessi del diabolico tramonto rossastro sullo sfondo, di quel gorgo che sta per inghiottire tutto. L’onda d’urto dell’urlo, il suo suono che si propaga all’infinito, è fisicamente percepibile, anche se siamo di fronte a un’immagine (si potrebbe a buon diritto parlare di sinestesia). Allo stesso tempo si tratta un urlo senza voce, di un urlo che non esiste perché non c’è nessuno che lo possa ascoltare: le due figure umane che si intravedono, sono indifferenti o meglio inconsapevoli; ci mostrano solo la schiena mentre si allontanano, senza sapere nulla del dramma che si sta svolgendo pochi metri più in là. Secondo lo psicologo di tradizione junghiana James Hillman il panico non è del tutto negativo; anzi nel suo “Saggio su Pan” ne fa praticamente un piccolo elogio. In primo luogo descrive l’approccio alla paura della tradizione occidentale, che è un approccio critico: infatti vede la paura come una debolezza da superasi con coraggio; la paura esiste per essere affrontata e vinta dall’eroe. Per Hillman invece la paura è la “giusta risposta al numinoso… la paura ci offre una connessione con la Natura”. ("Saggio su Pan", James Hillman, Adelphi, Milano, 1977). Il punto di vista di Hillman è probabilmente un po’ estremo e forse anche provocatorio; è difficile per una persona che soffre di attacchi di panico immaginare che ci sia in questo qualcosa di positivo. Quello che però si può condividere è il suggerimento a considerare il sintomo come una realtà che è necessario in primo luogo capire e non solo eliminare.