- Sabrina Marazzi Psicologo

"Non sono un ubriaco, ma neppure un santo. Un medicine-man non deve essere un 'santo'... Deve poter cadere in basso quanto un pidocchio ed elevarsi come un'aquila... Deve essere dio e diavolo insieme. Essere un buon medicine-man significa trovarsi nel mezzo di una tormenta e non mettersi al riparo. Significa sperimentare la vita in tutte le sue espressioni. Significa fare il pazzo ogni tanto. Anche questo è sacro." 

CAPRIOLO ZOPPO
(stregone della tribù Lakota) 

tratto da “Psicomagia” di Alejandro Jodorowsky


 

Uno psicologo è un uomo della medicina? Direi di no.

 

La società in cui viviamo è troppo diversa e lontana da quella dei nativi americani; il nostro rapporto con la Natura si è fatto meno diretto, oggi tutto è più complesso, alcune cose semplici sono diventate difficili e alcune cose impossibili, perfino impensabili sono diventate reali. Lo psicologo è figlio di questo tempo nuovo, fatto di incredibili comodità  e opportunità, ma anche di carte bollate e tasse da pagare. Pertanto lo psicologo è una persona che ha studiato, ha preso una laurea e si è iscritto ad un Ordine professionale, che prevede un’etica e un codice deontologico; ha perfino un’assicurazione sui rischi professionali. Per non parlare delle spese condominiali e delle bollette della luce.

 

 

 

Eppure.. eppure, forse qualcosa in comune l’uomo della medicina e lo psicologo potrebbero averlo.

 

Infatti spesso - non sempre - lo psicologo è anche una persona che si porta dentro una ferita e che ha fatto un lavoro su di sé per cercare di curarla. Per fare questo, ha dovuto attraversare il suo personale Inferno - accompagnato, certo, da un qualche Virgilio – per poterne uscire vivo, in grado di “rimirar le stelle”. In questo processo le ferita spesso non scompare del tutto, può rimanere una cicatrice; ma rimane anche l’esperienza fatta e cioè che solamente affrontando i propri demoni si può vincerli. In  questo senso lo psicologo che ha affrontato questo percorso, è sceso in basso  come un pidocchio ed è poi risalito per volare alto come un’aquila. Allo stesso modo, uno psicologo che stia cercando di accompagnare un’altra persona ferita dalla vita in questo processo di conoscenza di sé , dev’essere una persona che non teme la tormenta e non si mette subito al riparo, come invece siamo tutti abituati a fare, quando una persona tenta di raccontarci i suoi guai. Anche quando abbiamo le migliori intenzioni, infatti, finisce che cerchiamo di “consolare” il malcapitato di turno, cercando di convincerlo che va tutto bene; atteggiamento che si può riassumere nel famigerato (per me) dai, su.

 

 

 

Il dai, su

 

Il dai su, in realtà è solo un modo per sfuggire alla sofferenza dell’altro, per non stargli accanto davvero, condividendo una parte di quella sofferenza. La verità è che non sappiamo più ascoltare. E ancora: non sappiamo più vivere un contatto autentico con un’altra persona, conosciuta o meno. Viviamo di formule, riti, etichette, difese. Tutto questo in parte funziona; allontana la sofferenza, ci anestetizza, se così vogliamo dire. Accade però che se abusiamo di queste difese e di questa anestesia, perdiamo qualcosa: il senso. Il senso della nostra vita e di quella degli altri. Spesso siamo soli e non lo sappiamo, spesso viviamo una vita di cui abbiamo perduto il senso, ma ci teniamo molto occupati per non accorgecene.

 

 

 

Allora a volte compare un sintomo.

 

Il sintomo non è amabile, crea disagio, ma è anche un segnale di allarme, che va colto e capito, prima che eliminato. Oppure non compare un sintomo preciso, ma avvertiamo un sottile malessere di sottofondo, un malessere che potremmo definire esistenziale e che appunto ha a che fare col senso: chi sono? dove vado e perché? Oggi a chi possiamo rivolgere queste domande? Per molti di noi la religione non è più quella fonte di risposte che è stata nei secoli passati. Lo stesso vale per la filosofia. E il benessere non è una vera risposta; è un’altra forma di anestesia. Ma gli esseri umani non sanno vivere da soli, senza un senso, senza provare un contatto autentico con l’Altro da sé; bisognava inventarsi qualcosa.

 - Sabrina Marazzi Psicologo

Ecco che allora è nata una modalità nuova.

In questo mondo, maturo come un frutto alla fine dell’estate, è spuntato un seme. E questo seme ha fatto germogliare un fiore, bello e strano, vecchio e nuovo insieme. Ecco che, facendo un giro lunghissimo, il nostro mondo ha ritrovato o reinventato quello che aveva perso e ci mette in mano questa possibilità: due persone, due estranei, soli in una stanza che cercano di avvicinarsi l’una all’altra, con sincerità, con coraggio, affrontando il dolore, quando c’è e la gioia, quando c’è. Una di queste due persone, a volte, è uno psicologo. Cosa fa, cosa dice? E’ uno che ha tutte le risposte? Non direi. E’ solo uno che ha imparato ad ascoltare. Che ha imparato a stare lì con te, a condividere con te il bello e il brutto, sperimentando la vita in tutte le sue espressioni, l’alto e il basso come l’antico uomo della medicina.

 

Chissà se si potrebbe dire che in questa situazione, così artefatta e nel contempo così vera, ci sia qualcosa di sacro?